Poesie per la festa del papà
Le migliori poesie per la festa del papà

Le più belle poesie per la festa del papà

Quali sono le migliori poesie per la festa del papà? Ne possono essere tante e molto diverse tra di loro, perché ognuno di noi ha gusti e sentimenti diversi.

Spesso, comunque, la poesia riesce a farsi interprete delle emozioni più disparate e per questo sa trasmettere sensazioni e fa rivivere ricordi a ogni persona, sebbene l’esperienza individuale sia diversa per ognuno di noi.

9 belle poesie per la festa del papà

La festa del papà è una ricorrenza nata nei primi del ‘900 e conosciuta in tutto il mondo, anche se festeggiata in date differenti rispetto alla nostra. Da noi infatti, come in buona parte dei paesi che conservano e difendono una tradizione cattolica, la data è legata al giorno di San Giuseppe perché è colui che è considerato l’esempio di padre e marito devoto.

Vi proponiamo nove belle poesie per la festa del papà, forse non molto note, ma sicuramente piene di affetto per il padre.

Due poesie di Camillo Sbarbaro per il padre

Iniziamo con dei versi meravigliosi di Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, 1888 – Savona, 1967) , così poco studiato a scuola e così grande.

A mio padre

La prima ha per titolo A mio padre.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
Che la prima viola sull’opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Padre che muori tutti i giorni un poco

Padre che muori tutti i giorni un poco è un’altra bellissima poesia di Camillo Sbarbaro, pubblicata nella raccolta Pianissimo.

Padre che muori tutti i giorni un poco,
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi –
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto; il disprezzo c’hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c’hai voluto alla tua madre,
alla sorella ingrata, a nostra madre morta;
tutta la vita tua sacrificata
e poi ti guardo come ora sei,
io mi torco in silenzio le mani.

Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d’una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
sul cuore, inconfessato…
Io giovinetto imberbe ti guardai
con ira, padre, per la tua vecchiezza…
Stizza contro te vecchio mi prendeva…

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo –
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare a ciglio asciutto:
il ricordo che piccolo, al pensiero
che come gli altri uomini dovevi
morire pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lagrimavo.
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell’infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso
se di me non avessi anzi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificato agli altri come te
e negandomi tutto come te,
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.

Al padre, di Salvatore Quasimodo

Tra le poesie per la festa del papà troviamo anche quella di Salvatore Quasimodo (1901-19668, Nobel per la letteratura 1959) dal titolo Al padre.

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo i binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da tre giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele disseccate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei ginocchi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso sul tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.

E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
«Baciamu le mani». Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

A mio padre, di Leonardo Sinisgalli

Essere papà è “un punto vivo all’orizzonte” come scrisse Leonardo Sinisgalli (1908-1981) in questa bella poesia per la festa del papà

L’uomo che torna solo
a tarda sera dalla vigna
scuote le rape nella vasca
sbuca dal viottolo con la paglia
macchiata di verderame.

L’uomo che porta così fresco
terriccio sulle scarpe, odore
di fresca sera nei vestiti
si ferma a una fonte, parla
con un ortolano che sradica i finocchi.

È un uomo, un piccolo uomo
ch’io guardo di lontano.

È un punto vivo all’orizzonte.

Forse la sua pupilla
si accende questa sera
accanto alla peschiera
dove si asciuga la fronte.

Se, di Rudyard Kipling

Tra le più belle poesie per la festa del papà non possiamo dimentica anche questi versi scritti e dedicati da un padre al proprio figlio. Versi che hanno lasciato il segno e che vengono considerati dai più una vera opera d’arte, parole che scavano dentro, commuovono e arricchiscono e che ogni figlio vorrebbe sentirsi dedicare.

Il papà in questione, è il grande Joseph Rudyard Kipling (1865-1936; Nobel per la letteratura nel 1907) e la poesia – dal titolo Se (in originale If) – è stata scritta nel 1895.

Esistono opere letterarie che non hanno tempo né paese, che sono patrimonio di tutti e che in ogni epoca hanno tanto da insegnare: If è una di queste e la dedichiamo a tutti i papà, nella speranza facciano propri gli insegnamenti di Kipling.

Se

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo pero’ considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Il testo italiano della poesia Se di Rudyard Kipling è tratto da Wikipedia.

Poesia della fonte, di Maurizio Cucchi

Maurizio Cucchi (Milano, 1945) nella raccolta Poesia della fonte ha pubblicato ’53, una poesia sul papà divenuta molto famosa.

L’uomo era ancora giovane e indossava
un soprabito grigio molto fine.
Teneva la mano di un bambino
silenzioso e felice.
Il campo era la quiete e l’avventura,
c’erano il kamikaze,
il Nacka, l’apolide e Veleno.
Era la primavera del ’53,
l’inizio della mia memoria.
Luigi Cucchi
era l’immenso orgoglio del mio cuore,
ma forse lui non lo sapeva.

Il nome: Aldo De Luca

Erri De Luca (Napoli, 1950) si sofferma a riflettere sull’eredità paterna, sulle diversità – e anche le somiglianze – tra padre e figlio. La poesia ha per titolo Il nome: Aldo De Luca ed è tratta dalla raccolta L’ospite incallito.

Non mi ha portato sul monte Morià con una scusa,
i legni sulle spalle e il coltello nel fodero di cuoio.
Mio padre di Abramo non aveva neanche un’unghia.
Invece l’ho accompagnato io dove smettono i passi
e non era in cima a una salita.
È stato un uomo assorto, da lasciare in pace,
seguiva una sua rettitudine
che non è l’angolo retto di una schiena,
ma acuto, contro vento.
Ho esitato a fare come lui, poi ho seguito
la sua condotta, buona per distratti:
le disonestà hanno bisogno di concentrazione.
Di sé non raccontava, so di lui quello che ho visto.
Di me smozzico storie che poi porto al mercato.
Non ha commesso niente, io sì, facendo in nome di.
Ha cantato a Natale canzoni di montagna
imparate da alpino nella guerra,
io pratico alpinismo e in qualche guerra
mi ci sono infilato senz’obbligo di leva.
Ha aspettato la morte dopo il primo infarto a 40 anni
ringraziando sopra ogni primizia di stagione.
Dopo l’infarto io guardo il calendario, un quadro astratto,
il tempo è diventato un supplemento.
Lui lo benediva sulla frutta.
Ho fatto le sue mosse col vino e con i libri
senza nessuna sbronza presa insieme:
mio rammarico fesso e secondario.
Si ubriacava in silenzio, di sera,
così non era colpa della cecità se sbandava tra i muri.
Su di lui ho misurato la distanza dal passato
che sta da qualche parte un po’ più in alto.
Chi viene dopo abita in discesa.
Con me si ferma la sua spinta,
senza una mia paternità non saltella
in una discendenza il nome: Aldo De Luca.

Vorrei farti felice con questo niente

Bellissima la poesia Vorrei farti felice con questo niente di Giovanna Sicari (Taranto, 1954 – Roma, 2003).

Babbo, vorrei comprarti
tutte queste piccole cose
esposte al mercato,
cose piccole, inutili:
arnesi, cianfrusaglie, biglietti.
Vorrei farti felice con questo niente
che colma il vuoto
con quest’amore che ripara,
tu solo annaffi le piante lievi
lavi e curi ogni cosa
e scavi nella compostezza
della vita, con decisione
raccogli foglioline e altro
tu solo puoi entrare nell’infinito.

Benedetto tu sia padre

Jesús Diaz Armas (Tenerife, 1963) compone una poesia a mo’ di antica preghiera benedizionale: Benedetto tu sia padre (la traduzione è di Valerio Nardoni):

Benedetto tu sia padre per i giorni
che hai dedicato a me per i giocattoli
fatti con le tue mani e col tuo ingegno
gli strani aggeggi che imitavano
quelli che gli altri compravano nei negozi
per la fiaba che tante volte
mi hai raccontato con pazienza
quella degli animali nella casa
il gatto il cane il gallo e dei ladri
bambino come me sempre disposto
a fare insieme i giochi
per sparare sulla terrazza
col fucile a pallini o la balestra
e grazie soprattutto per il giorno
luminoso e lontano perduto ormai per sempre
che facesti ballare la carota
davanti allo stupore dei miei occhi
un eroe fui quel giorno a scuola
arrotolando il filo intorno
a quella strana trottola
e adesso che mi sforzo di trovare
un senso ai mondi che mi accerchiano
mi volgo a quel momento
e lì mi riconosco in quel centro
girando su me stesso
eseguendo lo stesso ballo assurdo
essendo io adesso la carota
che inizia il giro appena lascia il filo.

Foto | chimothy27

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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